Frustrata

PERCHÉ PROPRIO A ME?

Autrice: Claudia Sara
Articolo

Marzo 1, 2022

“Perché proprio a me doveva capitare una sciagura simile?”
“Perché la vita ce l’ha con me?”

Quante volte nella vita, in momenti di particolare sofferenza, ti sei chiesta perché stesse accadendo proprio a te? Perché tra tutte le persone del mondo quel dolore avesse scelto di calarsi proprio sulla tua testa, senza sconti e senza pietà?

La settimana scorsa ho parlato di resilienza e dell’incredibile capacità umana di rialzarasi anche dopo le più grandi tragedie, ti ricordi? Se ti sei persa l’articolo lo trovi qui. Dopo aver analizzato questo concetto e aver sottolineato che tutti siamo individui resilienti e che possiamo allenare la capacità di riconoscerci questa qualità, è arrivato il momento di fare un passo
indietro; è il momento di voltarci verso “ciò che fa male” e guardarlo dritto negli occhi.

L’avrai capito, non sono quel tipo di persona che ama rimandare o fare finta che tutto stia andando bene, e tutti i giorni accompagno i miei pazienti guidata proprio da questo intento: li aiuto a guardarsi e a guardare il mondo con uno sguardo più consapevole, puntando sulle proprie risorse e investendo sulla conoscenza di sé. 

Il dolore e la sofferenza esistono per davvero

Il dolore accade; fa parte della nostra vita e lo ritroviamo nelle vite di chi ci sta intorno. 

Ci sono dei momenti in cui ce ne sentiamo pervasi, con la sensazione di non poterlo gestire e di non poterci rialzare da quel buio. Immagina il dolore come una delle porte della tua vita. Tu vi sei davanti, immobilizzata: sai che aprire quella porta significherà soffrire, ma sai anche che non aprirla ti darà sollievo solo per un breve periodo. Cerchi di fare un passo avanti e uno indietro ma le gambe sono pesanti, di cemento. Nessuno può aprire quella porta al posto tuo e solo passandoci attraverso potrai stare meglio.

Difronte ad una scelta: “Perché proprio a me?”

Eccola la domanda che all’improvviso compare scritta in sovrimpressione sulla tua fronte; è come una frase luminosa che tutti leggono ma a cui nessuno sa dare una risposta.

Qui ti si palesano due strade:

  • Attribuzione interna:

Giustifichi quel dolore dicendo che, in fondo, è colpa tua se lo stai vivendo, che è un meritato castigo per qualcosa che hai pensato/fatto, una sorta di “punizione divina”. Da questo momento il senso di colpa e l’auto-accusa diventano le fondamenta intorno alle quali ricostruisci la tua casa, intrappolandoti in una spirale di tristezza, insoddisfazione, paura e infelicità. Non importa se amici, famiglia e colleghi ti dicono che non è così. Tu ne sei convinta e non c’è nulla che possa farti cambiare idea.

  • Attribuzione esterna:

Insegui una spiegazione razionale che renda quel dolore più sopportabile. In questo caso la ricerca di una risposta diventa ossessiva e prolungata nel tempo, esaurendo le tue energie fisiche e mentali, e intrappolandoti in una “ricerca verso l’infinito e oltre”.

Come influenzi la tua vita in base a ciò che ti accade?

 

 

Dopo aver letto le due strategie sopra indicate, prova a capire in quale ti riconosci: sei una persona che tende ad incolparsi per ciò che di brutto le accade, o ti focalizzi su ciò che sta fuori di te? Entrambe queste strategie hanno un unico obiettivo: colmare la mancanza di informazioni nel tuo cervello, una condizione intollerabile quando si vivono situazioni ad elevato impatto emotivo. E’ ciò di cui parla lo psicologo americano Bernard Weiner nella sua “Teoria sullo stile attributivo”. Weiner afferma che quando ci accade qualcosa, che sia atteso o meno, ne cerchiamo la causa. 

Questo significa che il modo in cui interpreti la realtà e la qualità delle tue attribuzioni influenzano la tua vita. Di solito le persone si polarizzano su una delle due strategie: o interiorizzano o esternalizzano.  Questa scelta dipende dalla personalità, dalla storia, dalle relazioni e dal tipo di attaccamento. Internalizzare o esternalizzare senza la giusta misura trasforma la via verso l’accettazione del dolore e la sua elaborazione in un percorso tortuoso e complicato.

Quindi come si fa?  Quali sono i fattori da considerare per riuscire ad attraversare e a superare un dolore in modo sano?

Considera la causa

Qual è l’origine di quel dolore? Da cosa è scaturito? È qualcosa su cui tu hai/avevi possibilità di controllo o non dipende in alcun modo da te? Questa valutazione è direttamente collegata alla tua gestione della responsabilità e della colpa: ci sono persone che si assumono la responsabilità anche di ciò che non gli compete, altre che individuano cause esterne per deresponsabilizzarsi e rifuggire il senso di colpa.

Che fare se ti ritrovi in questa descrizione? 

Allenati nel riconoscere ciò che accade e assumiti le responsabilità solo di ciò che dipende da te.  Lavora sul perchè delle tue eccessive attribuzioni di responsabilità o di fuga da queste; decostruiscile piano piano.

Interrogati sulla tua capacità di controllo

Quanto controllo senti di avere sulla tua vita e su ciò che ti accade? Se pensi di avere pieno controllo su ogni cosa, tenderai ad incolparti e anche laddove ciò non abbia senso. Se invece sei convinta di non avere nessun controllo, vivrai vittima del caos e del destino, diventando superstiziosa e scettica.

Cosa puoi fare in questo caso? 

Cerca di affinare la tua capacità di distinguere ciò che puoi da ciò che non puoi controllare. È vero che molte scelte ed eventi dipendono da te, ma per altrettanti non è cosi. Impara a riconoscere.

Valuta la durata della situazione che stai vivendo 

Tendi a pensare che ciò che vivi sia definitivo o credi che possa cambiare nel tempo? Nulla è eterno; la vita è fatta di alti e bassi, di cambiamenti continui. Se pensi che quel dolore durerà per sempre non potrai che rassegnarti a viverlo in silenzio.

Piano d’attacco

Impara a vedere la vita come un continuo fluire e riconosciti la possibilità di agire per cambiare direzione e velocizzare il passaggio ad una fase diversa.

Non esiste una risposta che soddisfi il “Perché proprio a me”

Come avrai visto non sono in grado di darti una risposta alla domanda iniziale “Perchè proprio a me”, non è questo l’obiettivo del lavoro psicologico.  Io non offro risposte ma aiuto le persone a porsi delle domande e a guardare nella giusta direzione, anche se questo significa soffrire e decostruire. Forse le risposte che cerchi non arriveranno mai, capita spesso che sia così.

Ma imparare ad analizzare la realtà e conoscere il proprio stile attributivo, sono dei passi fondamentali per cambiare il tuo modo di pensare, sentire e fare, aumentare la tua autostima e influenzare positivamente la tua salute. Sei sei ancora li, davanti a quella porta, è arrivato il momento di aprirla. Tu sei in grado di farlo e io ti aiuterò ad arrivare preparata a ciò che troverai una volta girata quella
chiave.

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